roma è una città che non finisce mai di stupirmi: ad esempio vado a mangiare a due passi da san pietro, con vista sul cupolone e sono in aperta campagna. provare per credere, alla fattorietta, in mezzo al verde e agli asinelli, ai pavoni e alle caprette, abbiamo passato una splendida serata all'aperto mangiando carne argentina alla brace e empanadas, bevendo un buon vinello rosso, ma soprattutto lontani da ogni rumore del traffico cittadino.
sembra che i cimiteri della zona abbiano deciso di indire un'asta online, mettendo a disposizione un piccolo assortimento di cappelle, edicole e tombe a terra.
sembra però che i prezzi fissati per la base d'asta non siano proprio popolari: ecco il commento geniale di un lettore del corriere della sera online!
Per 312mila euro...conviene comprarsi un monolocale e farcisi murare dentro alla morte!!!
oggi sul blog di josé saramago c'è una bellissima riflessione, nel giorno del corpus domini, sul corpo dell'uomo: profanato, ferito, vilipeso. penso che quest'uomo, ateo dichiarato, metta sempre più a nudo noi cristiani cattolici, con le nostre incongruenze e con le nostre ipocrisie, con le nostre bassezze e con il nostro opportunismo. le sue sono parole che tagliano come l'impastatrice del pane di oviedo, che fanno sanguinare il cuore come l'ostia della transunstanziazione perché, a volte, sono più credenti quelli che non sanno di esserlo.
ricordo ancora quando ho iniziato veramente ad imparare ad usare photoshop: era il 1998 e sui mac girava la versione 5.0. non che fino a quel momento non l'avessi mai utilizzato, ma in agenzia c'era simona che lo sapeva usare molto bene e a noi in realtà non era necessario più di tanto, quindi io mi beavo pigramente delle sue capacità senza sentirmi in obbligo di dover coltivare le mie. finché, nel 1998 appunto, simona se ne andò, cambiò lavoro, ed io per forza di cose cominciai a dover approfondire la mia conoscenza con il magico mondo di photoshop. non fu amore a prima vista, ma da quel giorno nei miei file, fu un tripudio di ombre, sfocature e di effetti lente o meglio, per chi come me aveva la versione in inglese, di shadow, blur e lens flare. l'intossicazione, cioè il tripudio, durò quei cinque sei mesi necessari a farmi capire che non era quello il metodo per impare ad utilizzare bene photoshop.
poi un giorno, mentre leggo la homepage del corriere della sera, vedo questo e mi chiedo a cosa siano serviti i miei undici anni di esperienza su photoshop e le mie nozze d'argento con la grafica e capisco che basta che un silvioberlusconi qualsiasi, presidente del consiglio, decida di seguire personalmente la realizzazione di un logo, per mandare a puttane (e quanno ce vo' ce vo') tutto il rispetto che ho/avevo per la mia professione. ma poi, quando ancora non sono riuscita ad articolare un suono né tantomeno un commento, il mio collega, inorridito come me, mi dice l'avrà fatto fare a noemi? ed io gli rispondo noemi, che c'entra noemi?, e lui ribatte studia grafica no?.
ah, ecco... come si dice? a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!™
[jingle: magic moment, cuore del sapore....lallarallà, lallarallà...]
™giulio andreotti ma potrebbe averlo detto anche di pietro!
i giorni passano velocemente e vorrei scrivere di molte cose. nella mia testa, dal 28 maggio ad oggi, ho già scritto almeno quattro o cinque post ed erano tutti importanti per me, ma sono rimasti là, nella mia testa.
non capisco il perché, ad esempio, del motivo per cui per identificare il disordine ed il degrado della mia città si debba sempre fare riferimento alle città africane o a quelle del medioriente, con una sorta di spocchioso senso di superiorità. ad esempio questa è la volta del colosseo, paragonato dal sottosegretario ai beni culturali ad un suk arabo.
però, sempre ad esempio, domenica sera, uscendo dalla messa, ci siamo accorti che nel parco vicino casa c'era un piccolo assembramento di gente e allora ilChicco ed io, curiosi come due scimmie, siamo andati a vedere. era la comunità dello sri lanka della nostra zona che festeggiava. cosa festeggiava? la fine della guerra. nello sri lanka è finita la guerra, dopo venticinque anni e più di ventimila morti tra i civili, ma per trovare traccia della notizia sono dovuta andare a scartabellare tra le pagine di google, non nell'homepage di qualche prestigioso quotidiano nazionale, quelle erano già piene di noemi. e loro festeggiavano, composti, puliti e rispettosi. lontani migliaia di chilometri dal loro paese. da soli, perché di italiani, in mezzo ad un centinaio di persone, eravamo sì e no in quattro o cinque. ma la pace non fa rumore. la pace non fa notizia. soprattutto una pace nel sud del mondo, anche se in questo caso è un sud dell'est. sporco e pieno di suk.
poi ci sono state,
una bella seratadar filettaro a santa barbara a mangiare filetti di baccalà e a parlare di libri, anzi di un libro in particolare le benevole di jonathan littell, un romanzo sull'olocausto capace di scatenare discussioni, accendere gli animi, dividere e coinvolgere quindici persone in una notte di quasi estate, senza che tutte l'avessero letto!
un pranzo al mare alla caletta con le frecce tricolore che facevano le prove dell'air show. lo so che molti sono contrari a queste manifestazioni, io per prima le considero pericolose e tutto sommato inutili, ma l'emozione che si prova prima nel sentirle (diciamo pure "paura"!) e poi nel vederle passare è indescrivibile: la scia tricolore che lasciano, i tonneaux, la perfetta sincronia, sono di una bellezza incredibile, soprattutto se eseguite sopra il mare.
un paio di discussioni interessanti: una su aNobii e una in Zone. una sui giovani (e già fa un po' ridere, perché cosa sono i giovani? un'entità astratta? e soprattutto, chi sono i giovani, a quali età c'è il giro di boa?) e i loro valori, ma soprattutto sul confronto tra diverse generazioni di giovani: erano meglio o erano peggio? o forse sono alla fine uguali? l'altra opposta ma alla fine complementare: non sarebbe bello poter avere un figlio intorno ai sessant'anni, una volta raggiunta la piena maturità? e qui si è scatenato l'inferno: ma chi l'ha detto che a sessant'anni si sia per forza maturi? e poi tutti gli orfani di venticinque/trent'anni che questa possibilità provocherebbe? e l'assenza di nonni? e le energie?
un paio di libri: le benevole, appunto e il vangelo secondo gesù cristo di saramago. a volte, l'alternarsi di queste due letture, sembra avere una funzione catartica, come se dopo tutta la violenza del nazismo assorbita nella lettura del romanzo di littell, quella della violenza della passione di gesù (sia pur riveduta e corretta da saramago) servisse a purificare e a riportare un equilibrio fra le mie letture e i miei pensieri. e quindi si alternano in uno strano equilibrio nei miei momenti di relax, portandomi dalle ghiacciate terre russe alle aride città della palestina, dalle trincee tedesche a stalingrado all'incendio di sefforis.
un film: si può fare, con claudio bisio, dove con delicatezza e un po' di leggerezza (non ha la pretesa di essere un film troppo serio) si parla con molta umanità della legge basaglia e dei manicomi, di esseri umani e non di pacchetti postali da chiudere a chiave, di una società che integra e non di un mondo che emargina.
e poi io, che entro ed esco dalla farmacia cercando e sperando di archiviare al più presto un mese e mezzo non troppo felice e più di una notte con risvegli continui.
insomma, anche se non si vede, c'è vita dietro a questo monitor!
[aggiornamento del 5 giugno] ...e poi anche la banda della magliana dietro casa (ma proprio dietro casa!): che fossimo andati ad abitare in borgata lo sapevamo, che purtroppo certi fatti succedessero ad un passo da casa nostra anche, ma di finire dentro ad un romanzo criminale...ecco, questo non ce lo aspettavamo proprio.
una volta l'erba del vicino era sempre più verde, adesso solo quella più a destra. adesso che questo qua dall'alto del suo esercito di giardinieri, colf e maggiordomi, venga a dirci che casa nostra è zozza, a me non mi sta mica tanto bene. che poi ci venga a dire che sembriamo una città africana lo trovo quanto meno offensivo: non tanto per noi quanto per le città africane. magari la prossima volta che incontrerà il suo amico gheddafi gli spiegherà meglio cosa intendeva dire. però poi non è che proprio voleva dire che è zozza: cioè sì lo è, ma adesso lo è un po' di meno, e se lo è, è solo perché qualcuno deve aver alzato un tappeto e trovato polvere di quindici anni fa.
c'è un volontario disposto a passare l'aspirapolvere, prima che scada il mandato?
io esco di casa ed è già mattino e villa borghese è ancora un giardino c'è un fiume che passa nel cuore di roma...
ci sono storie che ti rapiscono e ti portano in luoghi lontani. ci sono storie che ti fanno sognare ad occhi aperti e che senza allontanarti dal tuo divano ti fanno sentire la brezza antartica, gli spruzzi di neve sul viso, il vento che ti scompiglia i capelli. laggiù, alla fin del mundo. i libri di tito barbini non sono romanzi, sono appunti di viaggio. sono pensieri raccontati ad alta voce. pensieri che ho avuto la fortuna di leggere e di ascoltare.
stanotte mi sono svegliata all'improvviso: sentivo uno strano rumore provenire dall'altra stanza, ripetuto, un rumore insolito. un poco a fatica mi sono alzata e sono andata di là a vedere. era la pioggia che batteva incessante nel buio e nel silenzio della notte. sono tornata a letto. poi però ho iniziato a pensare alle piante, quelle che solitamente stanno dentro casa, che proprio ieri avevo messo fuori in terrazzo a cambiare aria e a prendere un po' di sole. e pensavo all'acqua che stavano prendendo. poi pensavo anche, visto che almeno un paio sono piante grasse, che anche nel deserto a volte piove all'improvviso e che in fondo non avrebbe dovuto fargli così male. pensavo tutte queste cose perché un po' mi dispiaceva saperle là fuori sotto l'acqua, ma non mi sarei alzata per nessun motivo al mondo. e invece mi sono alzata. anche emma dal suo topocuscino sul nostro letto mi guardava con aria interrogativa: i suoi occhi dicevano "sono le quattro, piove: ma dove vai?". sono andata in salotto, ho acceso la luce, ho tirato su la serranda, che per inciso fa un gran casino, ho aperto l'inferriata e in pigiama, vestaglia e infradito ho riportato in casa le piccoline, una per una, un po' zuppe ma tutto sommato neanche troppo. ho richiuso l'inferriata, ho rispento la luce, sono andata in bagno a fare la pipì (già che c'ero!) e sono tornata a letto: tutto questo in cinquantacinque metriquadri di casa, mica in un castello. chicco niente, nemmeno un grugnito. lui dormiva serafico. stamattina quando gliel'ho detto, "ma possibile che non hai sentito nulla?", lui ha detto di non essersi accorto di niente, nulla. "ma io sono un po' preoccupata", gli ho fatto presente (non è la prima volta che succede una cosa del genere), "se una notte dovessi sentirmi male e ti dovessi chiamare con un fil di voce, o con un rantolo" gli ho detto (provate ad immaginare un rantolo che chiama "chiiiccooo, aiut..") lui mi ha risposto "si vede che il mio cervello percepisce la differenza tra una situazione normale e una di pericolo; magari in una di pericolo mi sveglierei, può essere". "è proprio quel può essere che mi preoccupa" gli ho risposto io.
non era mai passato tutto questo tempo senza che scrivessi qualcosa sul blog, ma a volte la vita è prepotente, ti strappa alla routine e ti costringe a fare altro, e non sempre è un piacere. aprile, il più crudele fra i mesi, se n'è andato. vorrei poter dire portandosi via tutte le cose più brutte, ma non è così. l'avevamo già detto con il 2008, anno bisestile, e non ha funzionato granché. forza e coraggio comunque, dopo aprile ecco qua maggio!
Io amo le piante, il che non vuol dire che la mia capacità di prendermi cura di loro sia proporzionale agli intenti.
Ho due terrazzi pieni di vari esemplari, dai gerani all'ulivo, dalle gardenie al limone che con sorti alterne fanno bella mostra di sé, e alle quali nella bella stagione dedico buona parte del mio tempo libero, potandole, annaffiandole, concimandole ed esultando ogni volta che compare un nuovo fiore o un frutto inatteso.
fino a domenica scorsa, nel terrazzo più grande, c'era anche uno di quegli abeti natalizi che ikea mette in vendita tutti gli anni: 9,90 euro e la possibilità di riconsegnarlo la prima settimana di gennaio ottenendo in cambio un buono omaggio di pari valore.
peccato però che la fine alla quale questi alberelli, che dicono essere solo punte di abete e quindi senza radici, sono destinati, sia quella di finire triturati e nella migliore delle ipotesi diventare sacchetti di compost per altre piante!
così ho deciso di non riportarlo, e non l'ho riportato neanche alla raccolta post-natalizia dell'ama. fino a domenica scorsa, nonostante l'assenza di radici (!), se ne è stato in terrazzo vicino al limone con quasi tutti i suoi aghi attaccati, finché dopo aver cercato di trovare una buona soluzione (avevamo anche deciso di andare a piantarlo in un pratone vicino casa, ma l'abbiamo subito esclusa sia per la fatica che per l'assenza di un impianto di irrigazione) abbiamo deciso di scrivere una email al grande parco comunale che vediamo dalla finestra di casa. e così, domenica lo abbiamo caricato sul carrellino e a piedi lo abbiamo portato al parco di fronte, dove speriamo lo abbiano già piantato e che possa iniziare a godere di una nuova quanto mai inattesa seconda vita.
complice un periodo lavorativo tutt'altro che intenso ho deciso di imparare a realizzare pagine web. ho iniziato a cercare di capire, a studiare, a cercare di individuare innanzitutto quali programmi usare e soprattutto a quali metodi fare riferimento. alla fine sono approdata ad alcune certezze, a qualche tutorial, ad un paio di siti e ad un libro. finché, nel mio continuo girovagare per il web alla ricerca di tutorial efficaci, sono arrivata a lui: mirkojax, da qualche giorno il mio nuovo supereroe! ottocentonovantaquattro video su youtube nei quali parla di sé, delle sue esperienze negli stati uniti, della sua professione di graphic designer e tra un ciuski e l'altro, in maniera del tutto inusuale, realizza dei fantastici tutorial di dreamweaver, flash e altri software: adesso tra codici e stringhe mi faccio anche qualche risata :-)
avrei voluto scrivere in questi giorni di quanto siano inutili tutte le preoccupazioni che abbiamo avuto riguardo a montecitorio e ai suoi pianisti: maccheccenefrega quando abbiamo uno che tra un po' ci risolverà il problema con il pulsante unico, così tanto per semplificare un po'? (anche se oggi ha prontamente e come al solito fatto retromarcia: ma è possibile che non lo capiamo mai quest'uomo quando fa dell'ironia?) poi avrei voluto scrivere di quel gioco che ho visto domenica fuori dal negozio dei krapfen a ostia (e qui apro una piccola parentesi: se siete stati ad ostia e non avete mai mangiato i krapfen...non sarà ora di recuperare?): avete presente quelle macchinette dove una volta mettevi cento lire e con delle megatenaglie cercavi di afferrare i pupazzi di peluche? bè, adesso dentro, anziché i peluche, ci sono cellulari e i-pod marca sgnau: però dentro devi metterci un euro. poi avrei voluto scrivere di noi italiani, ormai non più solo popolo di santi, eroi e navigatori, ma anche e soprattutto di bancarellari e professionisti dello shopping. eh sì, perché oramai siamo divisi in due, quelli che hanno la mania dell'acquisto compulsivo e quelli che hanno la fissa di mettere in vendita qualsiasi cosa: che sia su ebay (e neanche ilchicco è più immune) o al finto mercatino dell'antiquariato di quartiere fa lo stesso, l'importante è comprare e vendere. in quale ordine non ha importanza. i mercatini infatti spuntano come funghi: l'ultimo l'ho avvistato domenica fuori dal parco in un quartiere dove tra la prima domenica del mese, un weekend sì e uno no e solo in primavera o a stagioni alterne, ne possiamo già contare almeno altri tre. avrei voluto scrivere un po' di tutte queste cose, ma è già lunedì!
al primo raggio di sole i romani si mettono in fila e vanno verso il mare. così stamattina, dopo settimane, ma che dico settimane, mesi di pioggia, la fila sulla cristoforo colombo in direzione ostia, partiva da un bel pezzo prima del ponte del raccordo e arrivava fino al semaforo della tenuta del presidente. noi invece abbiamo preferito andare in direzione opposta e banchettare sui verdi prati del laghetto dell'eur insieme alla comunità thailandese di roma. abbiamo steso il nostro telo finto batik finto senegalese, aperto lo zainetto contenente posate, piatti e bicchieri da picnic, rotolo di carta cucina e salviettine umidificate e in ottima compagnia abbiamo assaggiato quasi tutto quello che c'era. dire cosa abbiamo mangiato è difficile, quanto abbiamo mangiato un po' meno! si replica ogni seconda domenica del mese.
un'altra cosa che ho imparato è che non si può avere sempre la verità in tasca. più cresco e più crescono i miei dubbi. più divento adulta e più svaniscono molte delle mie certezze. più credo di sapere e meno mi accorgo di conoscere. più leggo e più aumentano le cose che non ho mai letto. più mi ostino a voler catalogare tutto o bianco o nero e più mi accorgo che esistono milioni di sfumature di grigio. più conosco e meno so.
sto leggendo compagno ferro grazie a un ring letterario e ho appena scoperto l'esistenza della risiera di san sabba a trieste, luogo del quale, pur avendo letto molti libri sulla shoah, ignoravo completamente l'esistenza.
ma sto leggendo anche, sempre grazie ad un ring su aNobii, la guerra dei sordi e mi trovo catapultata nel conflitto senza fine tra israeliani e palestinesi, del quale in realtà sappiamo tutto, ma anche niente.
sono luoghi non luoghi, dei quali parliamo senza sapere, pretendiamo di comprendere senza aver vissuto, di giudicare da lontano elevandoci a giudici, di conoscere senza aver mai visto.
e mi chiedo: siamo proprio così sicuri di avere la verità in tasca e di sapere sempre chi è vittima e chi è carnefice? o forse è proprio vero, come dicevano i nostri saggi antenati, che in medio stat virtus?
e con la virtù, forse, in mezzo sta anche la verità.